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"non c'é nulla in me del fondatore di religioni: non voglio credenti, non parlo alle masse; ho paura che un giorno mi facciano santo " ( Ecce homo )

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JACKPUNK

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fuck yourself, whore from holland

"....LASCIATE UN COMMENTO....VOI CH'ENTRATE...."

questo blog è morto…o quantomeno non se la passa molto bene

qualcosa sta qua, le cose più interessanti invece stanno qua.

fra un po’ si riprende anche da qua

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medaglia d’oro

BARI - Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha conferito al Gonfalone del Comune di Bari la Medaglia d’Oro al merito civile. La cerimonia di consegna è avvenuta nella Sala del Tridente all’interno della Fiera del Levante, in ricordo degli eventi che tra il 1940 e il 1945 hanno visto protagonista la popolazione barese.
«Città di rilevante importanza strategica per il suo porto – si legge nella motivazione – durante l’ultimo conflitto mondiale fu teatro di violenti bombardamenti che causarono l’esplosione di numerose navi, ingenti danni all’abitato e la perdita di un numero elevato dei suoi figli migliori. La popolazione, sempre distintasi per l’eroico coraggio, offrì in particolare ammirevole prova di entusiastica adesione agli ideali di giustizia e libertà quando, con intervento deciso ed ardimentoso, unendosi ad un nucleo di militari, impedì dopo ore di violenti scontri che le truppe tedesche portassero a termine la prevista distruzione del porto».
In precedenza nella dedica all’Albo d’Onore del Comune, Napolitano ha scritto: «A Bari, città insignita di Medaglia d’Oro per l’eroica azione di civili e militari che salvò il suo porto dalla distruzione; a Bari che ha dato all’Italia le grandi personalità di Giuseppe Di Vittorio e di Aldo Moro; a Bari dalle nobili tradizioni culturali, centro di studi ed iniziative volte ad affrontare creativamente i problemi del Mezzogiorno; a Bari, città di frontiera verso l’Oriente, l’augurio di trovare nel nuovo quadro economico globale gli stimoli per una piena valorizzazione delle risorse umane, di cui la Puglia è ricca».

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Andiamo…..perchè bisogna andare

Oggi si parte. Via terra. Almeno del punto di partenza siamo certi. Su quello d’arrivo….pochi dubbi.
Prime due notti in bus, intramezzate da gironata padovana dedicata alla cultura e al bivacco, che poi son simili.
Primo grande vantaggio del viaggiare di notte: passare solo a notte fonda in slovenia e croazia, senza quindi vederle.


LE PAGINE DEL VIAGGIO

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Er Valerio

Avevo deciso di non scrivere più. Poi è morto un compagno, un amico. In un mio triste periodo di vita romana era l’unica faccia amica in un periodo altrimenti buio. Ma non solo, anche vero libraio, consigliere, polo dialettico per splendidi confronti e riflessioni importanti che mi hanno permesso di conoscere, da zero, nuovi aspetti. Della vita e soprattutto della strada.

Ciao Valerione

Scarica il contributo di Radio Onda d’Urto

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boris tadic, Република Србија

Carina questa foto delpresidente della Serbia, Boris Tadic. E’ stata scattata sugli spalti dello stadio dove la serbia ha perso 6 a 0 contro l’argentina. Ma non è questo il punto.

La questione è la splendida bandiera che ha in mano, che non è assolutramente la bandiera di serbia e montenegro, ma è finalmente libera del fastidioso pensaglio ed ora è solo Република Србија, Republika Srbija, Republic of Serbia

ecco invece i soliti croati

E’ proprio dififcile nascondere la propria natura

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piccoli problemi igienici a bari vecchia

il luogo sul quale è affisso questo cartello è uno dei vecchi palazzi storici della città vecchia, di proprietà del vecchio sindaco simeone di cagno abbrescia, lasciato poi a marcire a cielo aperto…....

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crollano anche gli ultimi veri valori: KFC

Usa: denunciata KFC per olio che ingrassa

WASHINGTON - La catena di fastfood del pollo fritto Kentucky Fried Chicken (Kfc) e’ stata denunciata da un gruppo che vigila sulla salute dei consumatori perche’ utilizza un olio che farebbe ingrassare e salire il colesterolo. Secondo il Center for Science in the Public Interest (Cspi) di Washington Kfc frigge il pollo con oli idrogenati che contengono grassi altamente nocivi alla salute dei consumatori. Il gigante del pollo fritto replica, attraverso i suoi legali, che non vuole rinunciare all’olio, ma e’ pronto a sceglierne altri purche’ non ci vada di mezzo il gusto del prodotto. (Agr)

Però mi viene da dire: CAZZO, che scoperta! Io pensavo KFC facesse bene alla salute fisica e mentale…..

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un commento ricevuto

6. Gaia Says: June 4th, 2006 at 4:27 pm questo è un sito veramente squallido, gestito da un opinionista poco intelligente…vergogna! D’altra parte che dire a uno che esalta l’ignoranza di un Cassano… Booooooooooooo…...ignoranti!!AH AH AH AH AH AH AH AH …....La madre dei cretini purtroppo è sempre incinta!

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facciamo il punto della situazione

Che dire. Dopo gli ultimi avvenimenti baresi i fatti rilevanti, e già il fatto che siano fatti è molto promettente, sono parecchi.
Vado in videoteca a cercare “il tempo dei gitani” di kusturica in dvd, mi dicono che ce l’hanno ma mi mandano nell’ultimo negozio. qui mi accorgo dopo poco di essere nel settor epornografico, e dico esclusivamente pornografico. alcuni elementi mi avevano fatto sospettare qualcosa: il visino di silvia saint, i tatuaggi mascolini di belladonna, ma soprattutto i ciuffi sbarazzini della piccola gauge. ero in dolce, e delicata, compagnia e quindi go fatto finta di nulla, da uomo che ha girato il mondo e sa come vanno certe cose.
Ma l’attesa si protraeva e lo sguardo si è posato su un titolo inequivocabile: “donna cazzuta sempre piaciuta”. è stato troppo! sono scappato con titoli come “una donna con qualcosa in più” che mi riecheggiavano nella mente. manco a dirlo sie rano sbagliati e il tempo dei gitani non era disponibile.

Nel frattempo è finito il progetto radio kreattiva che probabilmente è stato quanto di meglio e più importante e utile nell’accezione migliore del temrine io abbia fatto nella mia vita. Ne sono orgoglioso e fiero. la prima web radio da bari vecchia, fatta con i bambini dei vicoli, si è chiusa con un bagno di folla, tanti abbracci e bei rapporti sviluppatisi in questi 8 mesi.

In tutto ciò ho messo in cascina un altro anno di vita, che come al solito non ci avrei scommesso una lira, ripensando al 30 maggiod el 2005.

Ah, è cambiato il governo: ilprode prodi è riuscito a tirar su una squadra di governo che nonostante lui ha detto subito cose di sinistra. grazia subiuto a bompressi, grazia di qui a breve a sofri-che-continua-a-fare-il-duro-e-l’uomo-che-non-chiede-mai, ma in compenso scrive e commenta su tutti gli argomenti su tutte le testate possibili e imagini. che fosse stato per me tanto sarebbe bastato a dargli l’ergastolo, altro che calabresi e lotta continua. moderazione nella scrittura, cittadini, moderazione.
contemporaneamente mussi apre alla ricerca sulle staminali, che in realtà non significa nulla perchè è stato solo rimosso il vincolo etico.
ci manca solo che tal fioroni dica che ci stanno i soldi per i ricercatori universitari e siamo davvero nel paese dei balocchi.
dimenticavo: il ministro della giustiuzia è mastellone, vero?

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29 maggio, Bari Vecchia, Strada Palazzo di Città


DSCF1932
Originally uploaded by paololattanzio.


Nardino, Antichi mestieri, Bari Vecchia

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VOTE NE

Oggi il montenegro, stato membro dell’unione srbija e crna gora, vota per la secessione e l’indipendenza dalla serbia.
Non paghi del gioco all’autodistruzione e della dinamica di continua parcellizzazione degli stati, anche il piccolo montenegro intenderebbe staccarsi dalla repubblica amdre dei balcani per entrare anch’essa nell’orbita della germania o addirittura degli usa, che non avrebbero alcuna difficoltà a controllare un altro stato frutto dell’ennesima divisione balcanica.

Se si aggiunge poi che il referendum è promosso e sostenuto da un uomo che si è arricchito ed ha acquistato fama politica grazie al contrabbando di sigarette deglii anni 90 con l’italia, per il quale è ancora indagato in italia, la natura etica dello stato montenegrino sarebbe già evidente.

VOTE NE, VOTE FOR THE BALKANS!

Milo Djukanovic
e la sua attività principale

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Punta Perotti o dell’esecuzione sulla pubblica piazza

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24 marzo 1999

il 24 marzo 1999 la NATO invade la Repubblica Federale di Jugoslavia. L’occidente completamente asservito agli USA sferrava il grande attacco contro tutti i serbi.

Alle 20 iniziano i raid aerei, con l’utilizzo di 80 apparecchi messi a disposizione da 13 dei 19 Paesi della NATO: oltre alle postazioni militari serbe in Kosovo, vengono colpite altre installazioni nella Serbia centrale e nella Vojvodina, a dimostrazione che tutto il territorio della RFJ è sotto attacco.
A Belgrado vengono bombardati l’aeroporto militare di Batajnica, il trasmettitore radio sui monti Avala, il Centro congressi e alcuni edifici dell’Armata Jugoslava.
A breve distanza iniziavano a cadere le prime bombe sulla zastava, a kragujevac, a pristina, a novi sad.

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ne succedono di tutti i colori

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sloba

eh si,è morto slobodan milosevic, per “cause naturali”. le cause naturali potrebbero essere le più varie, anche la ghigliottina che cade “naturalmente” sul collo del malcapitato. e la metafora non è casuale. il linciaggio politico e sociale cui il presidente era stato sottoposto, la condanna senza processo, il garantismo europeista mandato a puttane nel suo caso, l’accanimento della del ponte e soci finalmente soddisfatti di aver trovato un capro espiatorio: brutto, basso, grassoccio, arrogante e serbo.

che volere di più! e slobo era stato davvero ucciso da tempo in carcere: per lui non esistevano i riguardi e le garanzie riservate ad imputati di quel calibro che invece soono garantiti a personaggi di ben altra e peggiore caratura. ma del resto milosevic non è croato e non è cattolico, quindi non c’è papa di turno che possa chiedere un po’ più di morbidezza per la condizini di carcerazione.

per slobo non esistevanoi cure esterne, nonostante le gravissime condizioni e problemi di salute che lo angosciavano sin da quando ha messo piede in carcere.

no, per slobo niente, caso emblematico di imputato già condannato.. bel dilemma per il diritto. ma non dovrebbe esserci un processo? ma non si dovrebbe parlare di PRESUNTO e poi ilc apo d’imputazione.
no, milosevic per politici europei e giornali era “il macellaio dei balcani”.

maledetti gazzettieri, che hanno contribuito prima a smembrare la jugoslavia e poi a pisciare sul suo popolo più nobile.

ma, del resto, meglio così. con milosevic stecchito non ci sarà piùù uno scomodo politico slavo che riinnega e non riconosce la farsa del TPI e che chiama a testimoniare come testimoni clinton, dini, Kohl e tutta la masnada di politicume coinvolta nei crimini commessi da eeuropa e u.s.a. nei balcani. ora non c’è più e si potrà stare più tranquilli.

srebrenica passerà davvero come un massacro compiuto dai serbi, senza possibilità di contraddizione, e non come un vile attto di guerra dove proporzioni e metodi usati dalle parti in causa sono stati i medesimi.
e i serbi continueranno ad essere vituperati e insultati come bellicosi e nazionalisti.

Come fossero dei difetti!

Negata l’autorizzazione per l’autopsia a mosca>/A>, curioso no?

i panni sporchi meglio lavarseli in casa. del resto è un momentaccio, e quindi occhio, politici serbi, che di sti tempi si muorecome foglie, suicidati o per cause “naturali”.

storie già viste e sentite.

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ciao slobo

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milan babic

milan babic, suicida ieri in carcere.
grazie del ponte et similia.

curiosità: perchè se i serbi uccidono in guerra sono criminali di guerra, e se lo fanno i musulmani o i croati sono combattenti per la libertà e sovranità nazionale?

perchè 100.000 profughi musulmani “bosniaci” pesano e commuovono più di 300.000 profughi serbi?

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ira serba - Ceku è accusato dell’uccisione di 669 serbi

Nuovo primo ministro in kosovo, PROVINCIA SERBA.

il nuovo primo ministro è Agim Ceku, già nominato “il macellaio dei balcani” per il massacro dei serbi durante l’operazione tempesta a danno dei erbi in croazia. il nuovo primo ministro di uno stato che non esiste era infatti mercenario per i croati. quando si dice che non basta la sfiga di essere albanese, ma si aggiunge lo schifo di lavorare al soldo della croazia…...

“Brigadiere Agim Ceku e con il Leader della KLA Hashim Thaci. Agim Ceku, che collaborò direttamente con la NATO durante la campagna del Kosovo del 1999, è ritenuto dal Tribunale ICTY dell’Aja “per crimini di guerra commessi contro i Serbi in Croazia tra il 1993 e il 1995.” (AFP 13 Ottobre 1999)”

riporto un vecchio ma chiarissimo post di babsi jones

“Non era mai successo finora che così pochi mentissero a così tanti e così a fondo come in rapporto alla guerra del Kosovo” (Jurgen Elsasser, “Menzogne di guerra”)

Caro R.,
come ben sai un anno fa, in Kosovo, si scatenò un pogrom antiserbo destinato a restare nella storia balcanica: si tornava a parlare di Kosovo per la prima volta dopo la guerra umanitaria della NATO del 1999. Il pogrom coincise con l’anniversario di quei bombardamenti “umanitari” (24 marzo 1999). In quei giorni, un anno fa, io feci il possibile per informare e per raccontare una verità spesso negata: la storia del Kosovo, dall’occupazione militare fascista alla pax americana imperialista, non è mai stata udita dalla maggioranza degli italiani. Ancora oggi, questa storia è una storia riservata ai pochi che, cercando di scansare le veline atlantiche e gli insabbiamenti “di sinistra” (perché quella guerra fu una guerra “di sinistra”!), provano a capire cos’è accaduto. Questo testo, lunghissimo e a tratti confuso nella forma (mi perdoni il lettore: si tratta solo di appunti che utilizzavo per dibattiti, e i refusi abbondano), è la trascrizione di un mio intervento pubblico, trascrizione che io ho arricchito a posteriori di link e di note, e che ho allungato inserendo alcuni reportage che io scrissi per un’agenzia stampa nel periodo 2002-2003. Non so a quanti, oggi, possa interessare questa documentazione: ho cercato, un anno fa (e lo rifarei oggi), di raccontare un Kosovo “per principianti”, in punti essenziali, con un linguaggio schietto, servendomi di esempi concreti e di cifre. A distanza di un anno dal pogrom che ha distrutto parte della regione, e a distanza di 6 anni dalle bombe su Belgrado, rileggendo questo testo provo una violenta sensazione di sconfitta: più di ogni altra guerra, la guerra del ‘99 resterà una guerra taciuta. Mi consola sapere d’aver fatto sempre il possibile per spezzare il silenzio. Ho smesso di occuparmi attivamente di Serbia e di Kosovo pochi mesi dopo il pogrom, ma il mio stato d’animo è immutato: domandavo, come Peter Handke, “giustizia per la Serbia”. La domando ancora oggi, la domanderò sempre. Un ringraziamento va a tutti quelli che l’hanno domandata, testardamente, insieme a me.

1. Questa serie di riflessioni e di informazioni che sto per organizzare potrebbe essere intitolata “Kosovo For Dummies”, ovvero “Kosovo per principianti”. Citerò man mano testi e siti Internet che possono essere utili a chi abbia voglia di approfondire l’argomento. E’ necessario, però, che di fronte a questa nuova ondata di violenza in Kosovo, si cerchi di fare il punto della situazione e di chiarire almeno i punti essenziali. Per cominciare, il problema del Kosovo non è un problema che comincia nel 1989 come si tende a ripetere. Il separatismo albanese è il più antico movimento nazionalista sin dalla Jugoslavia di Tito, ed è il nazionalismo albanese ad aver innescato la spirale di ostilità e di guerriglia che ha condotto al macello odierno. All’inizio di questo secolo, gli albanesi erano un terzo della popolazione del Kosovo, che è la regione più meridionale della Serbia (il nome intero, lo dico per i molti che ancora ignorano come scriverlo, è Kosovo i Metohija, da cui la sigla Kosmet). All’inizio degli anni ‘50 (alla luce dei problemi che ancora sussistevano nella regione che, ve lo voglio ricordare, era stata un protettorato fascista istituito da Mussolini [nota 1]), Tito decise di dare al Kosovo uno statuto speciale: si trattava di autonomia politica, culturale, economica e giuridica [nota 2]. All’inizio degli anni ‘60, gli albanesi arrivarono a essere il 66% della popolazione della regione. E fu allora che si udirono le prime richieste di indipendenza: nelle rivolte del 1968, precisamente, rivolte nuovamente riproposte nel 1981, un anno dopo la morte di Tito.

2. Voglio che sia chiaro che fino a quel momento nessuno aveva neppure mai udito il nome di un certo Slobodan Milošević: all’epoca, il nostro “capro espiatorio” era solo un banchiere privo di qualsiasi influenza politica. La richiesta di indipendenza degli albanesi del Kosovo non aveva niente a che fare con la repressione, e anzi: se c’era una repressione da denunciare a quel tempo, avrebbe potuto essere soltanto la repressione albanese contro la popolazione serba. Per fare un esempio, il New York Times (c’è qualcuno che vuole definire il NYT un giornale filoserbo?), nel luglio del 1982, scriveva: ...I serbi vengono aggrediti dagli albanesi, perciò scappano e abbandonano il Kosovo. I nazionalisti albanesi hanno un progetto da realizzarsi in due tempi: dapprima far nascere quella che loro chiamano “una Repubblica etnicamente pulita albanese”, e poi chiedere l’annessione con l’Albania. Sono 57.000 i serbi che hanno dovuto forzatamente abbandonare il Kosovo nell’ultimo decennio. Rapimenti, omicidi, minacce, la distruzione di proprietà sono gli strumenti per realizzare un tale progetto, e con la polizia e con i tribunali nelle mani degli albanesi, nessun serbo ha più la certezza di essere protetto… [nota 3] Siamo nel 1982, ovvero 17 anni prima della cosiddetta “guerra umanitaria”.

3. Parliamo di Milošević? Scrive il professor Milutinović dell’università di Belgrado (molti documenti che sto citando si trovano su Balkanpeace.org): “Milošević si guadagnò il sostegno popolare in Serbia nell’88 con la promessa che avrebbe messo fine alle violenze albanesi in Kosovo, diventate ormai un grave problema di terrorismo interno.” Era una chance elettorale ottima da cavalcare, ben intesi. Nel settembre del 1990 l’autonomia della regione venne limitata, ma non “abolita”, come siamo abituati a credere; vorrei che notaste che alcuni mesi prima della limitazione dell’autonomia kosovara (ovvero, il 2 luglio 1990) gli albanesi del Kosovo avevano già illegalmente dichiarato la loro indipendenza e promulgato una Costituzione autonoma, istituendo un Parlamento parallelo totalmente illegittimo; di lì a poco, poi, l’intera Jugoslavia si sarebbe disintegrata [nota 4]. Voglio dire che dal 1990 in poi, gli albanesi cominciarono a organizzare un vero e proprio stato parallelo, uno stato illegale dentro lo stato, finanziato dalle diaspore (e come vedremo in seguito, dal narcotraffico), e parlo di un un vero e proprio governo strutturato: c’erano scuole, imposizioni fiscali, tribunali e corpi di polizia. Naturalmente era tutto illegale, ma funzionava [nota 5].

4. Parliamo delle tanto sbandierate violenze serbe a danno della popolazione albanese? Nel clima di allarme, è certo che nel corso degli anni ‘90 gli albanesi, civili o terroristi, sono stati esposti a violenze [nota 6]: la polizia serba andava di villaggio in villaggio a cercare gli estremisti e i guerriglieri, spesso i sospettati venivano arrestati senza procedure legali di alcun tipo; gli albanesi erano esposti ai maltrattamenti tanto quanto lo erano i serbi, che subivano a loro volta le ritorsioni e le vendette della comunità di maggioranza. Nessuno qui nega che Milošević abbia trattato duramente il problema del Kosovo: era un terrorismo interno da sradicare, e sono state prese tutte le contromisure possibili, violenza inclusa. Se il problema fosse stato Milošević, però, gli albanesi del Kosovo avrebbero avuto una grossa chance di liberarsene. Proviamo a chiederci come. Racconta ancora il professor Milutinović: ...Gli albanesi potevano liberarsene votando, e votandogli contro. Non dimentichiamo che i cittadini albanesi del Kosovo altro non erano che legittimi cittadini della (terza) Jugoslavia. Invece, si rifiutarono di partecipare a qualsiasi livello alla vita politica. Se il problema fosse stato Milošević, gli albanesi del Kosovo avrebbero dovuto rispondere alle continue richieste delle opposizioni serbe (che c’erano, ed erano numerose): l’opposizione e molti intellettuali a Belgrado tentarono ripetutamente di incontrarsi con i leader degli albanesi del Kosovo, ma i dirigenti albanesi declinarono ogni invito e ogni proposta: sostenendo che la sola cosa che poteva interessar loro era l’indipendenza. Quello degli albanesi era un muro contro muro, e volevano che fosse guerra civile. Questo deve essere chiaro, perché se rimuoviamo l’assoluta intransigenza da parte albanese, non riusciremo mai a capire come si è arrivati ai bombardamenti del ‘99.

5. Ho parlato e parlo sempre di guerriglia e di terrorismo. Non a caso, il più importante attore salito in palcoscenico verso la fine degli anni ‘90 è stato l’esercito di “liberazione”, che voi conoscete con il nome di UCK. La chiave di lettura che vi hanno offerto i media occidentali (ma anche una certa stampa sedicente indipendente e rivoluzionaria, ahimé) è che l’UCK sia un fiero esercito di gloriosi partigiani. In realtà, l’UCK è una formazione militare che, al culmine dei suoi successi strategici, arrivò ad avere sotto il suo controllo tre quarti del territorio kosovaro. La lettura del saggio di Sandro Provvisionato (“UCK l’armata dell’ombra”, Gamberetti) è fondamentale per approfondire l’argomento. L’UCK (che in inglese troverete sempre indicato dalla sigla KLA) ha come unico scopo la creazione di un Kosovo etnicamente puro; non ha una linea politica ben definita, anzi: fra le fila del KLA convivono marxisti-leninisti, appartenenti a clan del narcotraffico internazionale e persino neonazisti; i metodi di lotta sono di stampo terrorista: agguati alle pattuglie di polizia, stragi nei negozi e nei luoghi di ritrovo dei civili serbi. Tutto questo, i media occidentali lo rimuovono: quanti di voi hanno sentito parlare della strage di civili serbi al Caffé Panda? Nessuno, immagino. Le vittime preferite dell’UCK sono sempre stati i civili, e non solo quelli serbi: sono parecchi, i cittadini albanesi innocenti a essere caduti nella logica di sangue dell’esercito di “liberatori”. Uno dei metodi preferiti dall’UCK, soprattutto da quando le forze speciali serbe entrano in Kosovo, è quello ben descritto da Tommaso di Francesco: ...E’ stato definitivamente strappato il velo sulla strategia di aperta provocazione messa in atto a partire dal 1998 da parte dell’UCK, e a mostrarlo all’opinione pubblica è stato un reportage televisivo scioccante della BBC che, attraverso l’ammissione degli stessi militanti della formazione guerrigliera albanese kosovara ha reso evidente quale sia il gioco condotto: penetrare nei villaggi, provocare una controffensiva dell’esercito serbo, abbandonare i civili (albanesi, ndr) in balia della controffensiva, e poi contare i morti. Nell’ottobre del ‘98, un accordo fra il governo serbo e i leader dei guerriglieri pareva essere stato raggiunto; il piano prevedeva due condizioni essenziali: il ritiro dal Kosovo della polizia speciale del governo serbo, e la cessazione totale delle operazioni di guerriglia da parte dell’UCK. Questo accordo avrebbe dovuto condurre le parti a un negoziato diplomatico che potesse ristabilire la pace nella regione. Solo la prima parte dell’accordo fu messa in atto: a polizia serba ritirata, l’UCK continuò le sue operazioni di violenza contro i civili serbi, a quel punto completamente lasciati in balia dei terroristi. Come giustificazione del mancato adempimento dell’accordo, i leader dell’UCK dissero che – trattandosi di una formazione paramilitare – con le unità locali dislocate su tutto il territorio, in tutto e per tutto simili a cellule terroristiche, non potevano garantire il controllo delle stesse. Il ritiro delle forze di polizia dal Kosovo in vista di negoziati evidentemente falliti portò soltanto a un acuirsi delle violenze perpetrate dall’UCK e permise ai guerriglieri albanesi di riconquistare ampie fette di territorio. A questo punto è facile capire il meccanismo della questione kosovara che, raccontato senza le sirene dalla propaganda, appare semplicissimo: è stata l’ossessiva richiesta di secessione da parte degli albanesi a condurre alla reazione della polizia serba; la reazione della polizia serba ha esasperato le azioni di guerriglia terrorista, che a loro volta hanno innescato una catena di violenze e di controffensive in tutto e per tutto simili a una guerra civile. La guerra civile scatenata dal secessionismo albanese è stato l’alibi per l’intervento NATO contro la Serbia. Nessuno dei passaggi appena menzionati era inevitabile, sicché tutti gli attori in campo hanno la responsabilità di non aver saputo trovare (o di non aver voluto trovare) una soluzione diplomatica che risparmiasse le vite di civili, serbi e albanesi. Ma è bene tener presente che tutto è cominciato con la richiesta dispotica di secessione degli albanesi estremisti, che non hanno mai contemplato la convivenza pacifica con le altre minoranze etniche.

6. Questo punto è essenziale: la finalità dell’UCK e degli estremisti albanesi (presenti anche in Macedonia e in Montenegro, dove prima o poi rischiano di esplodere tensioni simili a quelle del Kosovo di questi ultimi anni) è la creazione di uno stato “grande albanese” che viene propagandato (anche dalle stesse autorità e dagli uomini politici riconosciuti come “democratici” dalle cancellerie europee) come unica soluzione accettabile: si tratta in realtà di una follia geopolitica che finirebbe per destabilizzare totalmente l’intera area balcanica, ridisegnando i confini di tre o più stati, coinvolgendo nei conflitti un altissimo numero di civili. Le ragioni per cui la NATO nel ‘98-99 decise di spalleggiare militarmente e finanziariamente una formazione terroristica di matrice islamica meriterebbero la stesura di un centinaio di pagine: per mia fortuna, Sandro Provvisionato ha già scritto un saggio sul tema pressoché perfetto: vi rimando a quello. Quel che è certo è che gli USA e l’Occidente non solo non fecero nulla per impedire il conflitto, ma entrarono direttamente in gioco per guadagnare il più possibile, in una logica prettamente imperialista. In questa logica è nata la prima guerra “umanitaria”, e all’opinione pubblica è stato fatto credere che l’Occidente era “costretto” a intervenire per soccorrere una popolazione “perseguitata” da un “aggressore barbaro”. L’aggressore in realtà fu la stessa Alleanza Atlantica che, a dieci anni di violenze subita dai civili (sia serbi che albanesi, ma anche rom, goranci e tutte le altre minoranze che compongono il tessuto sociale del Kosmet [nota 7]) aggiunse una campagna di violenti bombardamenti durata 78 giorni, che colpì indiscriminatamente profughi sia serbi che albanesi, ospedali, infrastrutture civili, facendo del Kosovo – un territorio già poverissimo – un territorio da incubo: una pax americana in cui installare le basi NATO, e instaurare un governo fantoccio di estremisti albanesi che avrebbero per cinque anni continuato la loro pulizia etnica e trasformato la regione in un piccolo regno del narcotraffico [nota 8].

7. Ora, per scatenare la guerra “umanitaria” ed essere credibili agli occhi dell’opinione pubblica occidentale (“in guerra vince chi convince”) serviva un casus belli: bisognava far credere al pubblico che le violenze della polizia speciale del governo serbo erano divenute inammissibili, e per fare questo, era necessario inscenare una finta strage. Ora vi racconto la miserabile storiaccia di Račak, che è un posto sperduto in campagna. Accadde nel gennaio del ‘99; Račak, come detto, è un piccolo villaggio. Ricostruiamo i fatti: il villaggio era occupato da un’unità di terroristi UCK che la polizia serba da giorni tentava di stanare, appostata poco lontano. E poco lontano c’erano anche le troupe televisive e parecchi giornalisti, che dalla collina potevano osservare quanto accadeva. Ci furono intense sparatorie fra combattenti UCK e polizia serba: una dozzina di guerriglieri furono uccisi, molti presero la via della fuga. Il villaggio tornò sotto controllo dell’UCK in poche ore. Il mattino seguente, la delegazione OSCE in fretta e furia richiamò i giornalisti a Račak per “testimoniare l’orrore”: con un’orchestrazione propagandistica eccellente, il “diplomatico” incaricato di condurre la missione OSCE di verifica, William Walker, urlò al mondo che erano stati ritrovati quarantacinque cadaveri di civili indifesi, macellati a sangue freddo dalla polizia serba. Il governo serbo negò drasticamente, sostenendo che di Račak gli americani stavano facendo una vera e propria bufala massmediatica. Ma cosa accadde a Račak, e soprattutto, voi sapete chi è William Walker? A sentire l’autorevole Le Monde (edizione del 21-1-99, c’è qualcuno che vuole accusare Le Monde d’essere un quotidiano filoserbo?), la versione che Walker diede degli eventi fu completamente falsa. Un’attenta analisi dell’inviato del giornale francese sollevò tutti gli interrogativi del caso: perché la scena del crimine era così perfetta? Come avevano potuto i poliziotti serbi uccidere in pieno giorno e senza essere visti così tanti presunti civili considerando che gli incaricati delle missioni OSCE e parecchi giornalisti erano già sul luogo? Perché nessuno aveva scattato fotografie o ripreso quella che Walker definì “una barbara esecuzione”? E come avevano potuto, i serbi, davanti a tutti, ammassare tanti corpi in bell’ordine, in posa fotografica? Perché non si trovavano i bossoli del conflitto a fuoco? Se 45 uomini erano stati giustiziati a distanza ravvicinata con un colpo nella tempia, perché nella fossa in cui erano stati riuniti non c’era traccia di sangue? Perché, se si trattava di una strage da occultare, furono i serbi stessi a condurre molti dei giornalisti sul luogo senza opporre alcuna resistenza? Evidentemente le forze di polizia serbe ignoravano cosa fosse successo a Račak, e quello che successe a Račak fu un ottimo esempio di truffa massmediatica. Allora: i corpi ritrovati erano corpi di guerriglieri UCK caduti negli scontri a fuoco con la polizia serba nei giorni precedenti: la perizia balistica effettuata sui cadaveri ha confermato che si trattava di miliziani albanesi feriti e uccisi in combattimento in diverse operazioni e in diversi giorni precedenti. Alcuni erano i corpi dei combattenti caduti negli scontri di Račak il giorno prima, altri furono trasportati sul luogo per macabra necessità, direttamente disseppelliti dalle tombe. Alcuni corpi erano già in avanzato stato di decomposizione. I cadaveri vennero raccolti, con eccellente senso scenografico, nel fossato di Račak; vennero rivestiti con abiti civili, e furono chiamati i giornalisti affinché evangelizzassero l’opinione pubblica mostrando una scena di orrore. Bisognava dare il via a un’operazione di demonizzazione [nota 9] della polizia serba in Kosovo: bisognava accusare i serbi di aver “barbaramente ucciso 45 civili”. Ad architettare questo falso storico strabiliante fu nientemeno che William Walker, e ora vi spiego chi è il signor Walker. William Walker è un veterano del dipartimento di stato americano, lo stesso losco figuro che diresse la sporca guerra contro El Salvador e il Nicaragua negli anni ottanta; già agente della CIA in Salvador e in Honduras tra il 1974 e il 1982. Walker era il capo del team di ispezione (OSCE) imposto dalla NATO in Kosovo: un pacifista, insomma, perfetto per un ruolo di mediazione. In realtà Walker era incaricato di affrettare il corso degli eventi affinché si potesse trovare un casus belli strepitoso, per poi costringere il governo serbo a fasulli negoziati, e quindi bombardare [nota 10]: del resto, come confermato dal Daily Telegraph del 24 marzo ’99, il generale NATO Wesley Clark ricevette l’ordine alla mobilitazione nell’ottobre del ’98, quattro mesi prima dei negoziati. Perché dare l’ordine di bombardare nell’ottobre del ‘98 e inscenare i negoziati? Nessuno se lo chiede?

8. Parliamo delle cifre? Anche le cifre destinate all’opinione pubblica in merito ai “poveri albanesi uccisi” furono gonfiate a dismisura, e non soltanto a Račak: già nell’ottobre del ‘99 (ovvero 4 mesi dopo la conclusione della “guerra umanitaria”) il Los Angeles Times e lo spagnolo El Pais (edizione del 24 settembre; qualcuno vuole dirmi che El Pais e il LA Times sono quotidiani filoserbi?) scrivevano: Gli incaricati della missione spagnola di verifica forense NATO e dall’ONU, per voce di Perez Pujol, direttore dell’Isituto Anatomico Forense di Cartagena, hanno riferito di quanto trovato in Kosovo: “...Avremmo dovuto cercare, a detta degli esperti NATO, 40.000 corpi di albanesi”, ha detto Pujol; “...Poi, la cifra è stata dimezzata a 22.000. Mi hanno detto di recarmi in Kosovo ed essere pronto, con la mia squadra, a migliaia di autopsie: fino ad ora, abbiamo trovato 187 cadaveri, in maggioranza corpi di guerriglieri seppelliti in tombe musulmane”. Adesso, è davvero difficile credere che, delle 44.000 vittime annunciate per giustificare la guerra umanitaria (alcuni diplomatici spararono cifre da capogiro: 300.000, 200.000, 100.000 vittime; vi ricordo che Kouchner, capo della missione ONU in kosovo, il 2 agosto del ’99 dichiarò che era stati trovati 11.000 corpi nelle fosse comuni, per poi scusarsi frettolosamente), le forze di polizia serbe (sotto gli occhi attenti degli osservatori OSCE?!) siano riuscite a occultare 43813 corpi umani (!), e abbiano per giunta avuto la delicatezza di seppellirne 187 con rito musulmano. Siamo al paradosso. La verità, come capite da soli, era lontanissima da quelle cifre: in Kosovo, non c’è stata nessuna “pulizia etnica” a opera dei serbi [nota 11]. Račak, e le cifre spropositate in merito ai civili uccisi, servivano solo per portare il governo di Belgrado a Rambouillet, dove qualunque tentativo di negoziato sarebbe stato negato. L’opinione pubblica era già persuasa, gli albanesi del Kosovo erano già stati dipinti come “vittime”, e il 24 marzo 1999 si cominciò a bombardare [nota 12]. Era la prima guerra “umanitaria” della storia.

9. Parliamo ancora delle cifre, stavolta di quelle umanitarie: i numeri della guerra santa “di sinistra” li riassume Enrico Vigna nel suo “Kosovo liberato” (ed. La città del sole): 38.400 voli per 78 giorni di bombardamenti, 23.614 bombe e missili che sganciano 85.000 tonnellate di esplosivo, 35.450 cluster bomb (voglio ricordarvi che le cluster bomb sono proibite dalla Convenzione di Ginevra); 31.000 bombe all’uranio impoverito, e anche questo argomento richiederebbe una conferenza a parte. Delle forze militari serbe furono colpiti solo 14 carri armati e 20 pezzi di artiglieria, non vi chiedete perché? Perché era evidentemente una guerra destinata a mettere in ginocchio i civili, e difatti furono colpiti e distrutti 82 ponti, 422 scuole, 48 ospedali, 54 chiese e monasteri, 4 cimiteri, 15 musei, 53 stazioni ferroviarie e di autobus, 13 aeroporti, 28 centri agricoli. Bilancio umano: duemila morti e 7000 feriti, di cui il 35% bambini. Parliamo di alcune delle azioni “umanitarie” della NATO? Il bombardamento alla RTS, ad esempio. Questo articolo l’ho scritto in occasione dell’uscita del documentario di Corrado Veneziano, “Sedici persone”: Il 23 aprile del ’99, al suo trentesimo giorno di guerra contro la Federazione Jugoslava, l’Alleanza Atlantica bombarda la sede della televisione di stato RTS: il palazzo di Ulica Abardareva –come dire Viale Mazzini- è colpito dal primo Cruise alle due del mattino, mentre programmisti, tecnici e impiegati sono al lavoro. Moriranno in sedici. E’ la cronaca di un massacro annunciato, che lascia in eredità un precedente spaventoso. Già un’ANSA dell’otto di aprile riportava da Bruxelles il sinistro annuncio rivolto a Milošević dai vertici NATO: “Se non verrà interrotta la propaganda antiamericana in onda sulla RTS, le installazioni della televisione jugoslava verranno considerate legittimo obiettivo militare”. Dalla censura al diritto di strage il passo è più breve di quel che si creda. Il documento “Sedìci persone” firmato dal regista Corrado Veneziano, con la testimonianza di Ennio Remondino e la consulenza giuridica di Domenico Gallo, ricostruisce la cornice dell’evento e invita con impellenza a riflettere e a investigare: quando e come il giornalista smette l’abito del testimone per venire costretto nei panni del soldato e ridotto a un nemico? “Obiettivi legittimi”, ribadirà il portavoce della NATO Freytag, incalzando: “L’alleanza proseguirà le proprie azioni contro l’emittente serba che orchestra la maggior parte dei programmi di propaganda del regime”. Il palazzo della televisione bombardato non rientra più, dunque, nel lungo e doloroso elenco degli “effetti collaterali” (per adoprare quella semiotica tanto cara al Pentagono) come le abitazioni civili ad Aleksinac, l’ambasciata cinese e l’ospedale a Belgrado, l’ospizio di Surdulica, il treno 393 Belgrado-Salonicco colpito a Grdelica, il mercato di Niš; il palazzo della RTS e i suoi impiegati divengono figura militare da sconfiggere nella loro funzione bellica. Non è più sufficiente la manipolazione dei media (perché in tempo di guerra vincere e convincere sono sinonimi): siamo un passo oltre le tecniche di propaganda, oltre l’eventizzazione imposta dalle veline a cui i reporter debbono attenersi; siamo un passo oltre la degenerazione dell’informazione in infotainment (information + entertainment) introdotta grazie ai budget esorbitanti di cui dispongono soltanto i grandi network: ora si conferisce un’investitura bellica ai mass-media, e li si chiama “nemici”. Se la libertà di espressione è pregiudicata, se la stampa e la televisione asservite si fanno attori del conflitto, se nel complesso arsenale della nuova guerra i mass-media divengono l’arma fondamentale, ecco che si legittima la strage, cancellando le convenzioni che sanciscono il diritto dell’uomo, il diritto alla libera informazione e la protezione ai soggetti civili. La guerra è finalmente dappertutto: livella ogni individuo sul piano abissale in cui tutto è “da uccidere”. Se è vero che il decadimento della cultura e dell’informazione ci hanno ormai costretti a sopravvivere in un sistema nel quale il reale è reale solo quando è visibile, e se è vero che nel villaggio globale –in particolar modo dall’era Internet in poi – ognuno può essere reporter di se stesso, se è vero – come sostiene James Adams nel suo “La prossima guerra mondiale”- che è il pubblico a dirigere le strategie militari, allora l’assioma è già stabilito: siamo tutti nemici, siamo tutti in pericolo. I primi caduti di questa guerra totale sono le sedici persone della RTS uccise dai missili americani in Ulica Abardareva. C’era un sito Internet, Sramota.com (adesso può essere consultato grazie a Web Archive; “sramota” in serbo significa “vergogna”) che raccoglieva tutte le testimonianze fotografiche dei massacri NATO: consiglio di dare un’occhiata per capire di cosa parliamo quando diciamo “guerra umanitaria”.

10. Cosa accade, alla fine della “guerra umanitaria”? Il 9 giugno del ’99 il presidente Milošević capitola; gli accordi di Kumanovo prevedono lo stanziamento in Kosovo delle forze NATO nell’ambito di una missione ONU: la ormai celebre KFOR/UNMIK. Le truppe serbe furono fatte ritirare. Le forze NATO furono accolte dalla popolazione albanese, masse di cittadini esultanti: dal numero di persone scese in piazza era difficile credere che, come avevano sostenuto gli occidentali per demonizzare Milošević, i serbi avessero trasformato il Kosovo in un “deserto senza vita”. Ai posti di comando della “nuova polizia albanese” da affiancare alle forze internazionali di “pace” (polizia ribattezzata TMK) si insediarono solo ex-comandanti dell’UCK fra i quali il ben noto Agim Ceku. Ho scritto un pezzo, nel novembre del 2003, su Agim Ceku e Thaci, che forse è utile per capire la situazione attuale in Kosovo: Il 30 giugno del 2003 Hashim Thaci viene fermato e arrestato a Budapest dalla polizia di frontiera ungherese; il 22 ottobre scorso, come in uno spartito che si replica con lieve variazione, Agim Ceku viene fermato e arrestato all’aeroporto di Ljubljana. Entrambi sono autorevolissime incarnazioni del Kosovo separatista, entrambi – su chiare pressioni dell’ONU e della NATO - vengono rimessi in libertà in tempi record: come scrive l’acuto Nebojša Malić, editorialista di Antiwar.com, Thaci e Ceku sono considerati “the untouchables”, gli intoccabili. Basterebbe dedicare un week-end alla lettura di “UCK, l’armata dell’ombra” di Sandro Provvisionato per scoprire tutti gli sgradevoli segreti di un Kosovo che non è affatto quel gonfalone di pace ‘a venire’ che sventolano con vigore i media ufficiali. Il curriculum vitae di Thaci, detto “il serpente”, è presto riassunto: ricercato già dai primi anni ‘90 dall’Interpol per banditismi assortiti (il solito narcotraffico su cui l’area grande-albanese è fondata con il beneplacito delle potenze internazionali), poi incriminato da Belgrado nel 1993 per terrorismo di matrice antiserba, Thaci (nato 34 anni fa nella valle della Drenica, sacrario dell’irredentismo albanese) diviene in breve tempo il grande capo politico dell’Ushtria Clirimtare e Koseves, il famigerato UCK, e dalla “liberazione atlantica” del Kosmet in poi indossa i comodi panni di portavoce del un sedicente ‘partito democratico’ DPK, che ha come diktat del suo ambizioso e cruento programma la secessione della regione dalla federazione Serbia e Montenegro. Thaci, però, è tutt’ora indiziato dalle autorità di Belgrado anche per i crimini commessi ai danni della popolazione serba del Kosovo nel corso degli anni ‘90: sono migliaia le pagine che il ministro della giustizia serbo Batić ha fornito al tribunale dell’Aja per richiederne l’arresto immediato: immagini, analisi del DNA delle vittime, filmati, documenti ufficiali che attestano i ripetuti massacri. Chi sia Agim Ceku, invece, lo apprendiamo rovistando negli archivi: il suo nome è di quelli che ricorrono nell’aristocrazia armigera delle guerre balcaniche. Albanese, nato nei dintorni di Peć, quarantenne, arruolato nelle file dell’esercito croato HVO (crogiolo di mercenari e tagliagole addestrati dal Military Professional Resource Inc., una società statunitense specializzata nella pianificazione di operazioni di guerra ‘sporca’ che si appoggia direttamente al Pentagono), Agim Ceku si è conquistato sul campo di battaglia in Slavonia il grazioso vezzeggiativo di “macellaio dei balcani”. Questo epiteto poco allettante è il risultato della sua partecipazione all’Operazione Tempesta del ‘95, che causò la morte di centinaia di civili serbi e lasciò in eredità all’indifferente Europa 300 mila profughi, come documenta e testimonia da anni il nostro Giacomo Scotti: un bel diploma, non c’è che dire, per essere selezionato dalle autorità dell’UNMIK nel ruolo di generale del TMK, il corpo di protezione, futuro esercito del Kosovo albanese secessionista, patrocinato dalla NATO e destinato a rimpiazzare l’UCK ufficialmente disciolto. Nella Croazia antiserba, naturalmente, Ceku è considerato un eroe. Come il suo amico Thaci, è accusato di “genocidio nei confronti del popolo serbo in Kosovo”, questa volta dal tribunale di Niš (la condanna è successiva all’era Milošević), che ne ha chiesto l’estradizione emettendo un mandato di cattura internazionale. In qualità di capo militare dell’UCK, Ceku è accusato dell’uccisione di 669 serbi, di aver inferto a 518 persone gravi ferite, e del rapimento di mezzo migliaio di cittadini dichiarati scomparsi. La popolazione albanese, che nel Kosovo e nella Metohija detiene il potere – politico, mediatico e narcoaffaristico – riducendo le minoranze al silenzio, oscilla fra l’esaltazione che decanta questi loschi figuri come eroi di una patria inventata, e le rabbiose indignazioni per quei casi in cui uno di questi boss della lurida guerra e delle mafie indigene viene protocollato a vario titolo nei registri di indagine: per le strade di Priština si alternano da anni celebrazioni solenni e cortei furibondi, e quasi sempre gli uni e gli altri si traducono in violenze – dalle sassaiole alle bombe contro le abitazioni civili – ai danni della minoranza serba, costretta a un’esistenza d’assedio. La popolazione albanese, in realtà, strepita e rumoreggia, ma ha ben poco da temere: la protezione dell’ONU e della NATO per Thaci e Ceku sembrerebbe assicurata in perpetuo. Gli eroi del Kosovo monoetnico sembrano al sicuro. Per il rilascio immediato di Thaci il 30 giugno scese in campo l’allora rappresentante UNMIK Michael Steiner (che in un gioco di combinazioni inquietanti la scorsa settimana ha sposato a Priština Bukurije Balaj, si dice sia la ex-fidanzata del “serpente”, che parecchie giornaliste occidentali carenti di buon gusto e buon senso coccolano pubblicamente, soprannominandolo “il bel tenebroso”) accompagnato dall’immancabile Javier Solana: due parole al Ministro degli Esteri ungherese, et voilà: il “serpente” caro a Madeleine Albright (che lo scelse come interlocutore privilegiato dei colloqui-farsa a Rambouillet) poté volarsene, libero e felice, verso Priština. Per togliere Ceku dagli impicci lo scorso ottobre, invece, l’intercessione è stata di Harri Holkeri, succeduto a Steiner, ma la sceneggiatura si è ripetuta precisa. Un’Ansa del tardo pomeriggio del 22 ottobre specifica che, in seguito al fermo di Ceku, la missione dell’ONU in Kosovo è fortemente impegnata per ottenere la liberazione del comandante del TMK il più presto possibile, e lo sforzo diplomatico per giungere a una rapida scarcerazione del generale è massimo. Anche Ceku viene rilasciato, quindi accolto da una folla eccitata all’aeroporto di Priština. La Del Ponte, interpellata dalle autorità serbe che chiedono da tempo e a gran voce l’arresto di Thaci, di Ceku e di un altro centinaio di criminali di guerra, ovviamente tergiversa con classe: «Non ci sono sufficienti prove per procedere a loro carico». Le migliaia di pagine di inchiesta del ministro Batić non sono tenute in considerazione, e il libro bianco realizzato dal governo di Belgrado la scorsa settimana, in un ennesimo tentativo di denuncia dei criminali ben noti che hanno fatto e stanno facendo del Kosmet una macelleria a cielo aperto, è destinato allo stesso disinteresse giudiziario. Il materiale fornito all’Aja dal nostro governo è talmente dettagliato che qualsiasi tribunale del mondo aprirebbe almeno un’indagine, dichiara Batić, evidentemente all’Aja non bastano mille morti serbi e mille civili rapiti nel Kosovo per un’inchiesta, continua il ministro. E’ così che la credibilità di un tribunale, già considerato di impronta strettamente politica, dà ancor più l’impressione di operare a senso unico anche nei processi in merito ai fatti di Croazia e di Bosnia (con Milosević a fare da capro espiatorio universale e Tuđman e Izetbegović scagionati da qualsivoglia responsabilità bellica), davanti ai casi scandalosi di Ceku e Thaci precipita rovinosamente, lasciando all’Europa un’eredità oscena: la stortura delle guerre diviene il piedritto di una pace ‘di nicchia’, di una pace (e di una giustizia) assicurate soltanto ai soliti, arroganti, potenti. Insomma, il Kosovo “made in NATO” era diventato finalmente una colonia imperiale alimentata dal crimine [nota 13], in preparazione per essere uno staterello albanese e islamico indipendente: e tutto era stato preparato per ripulire quel poco che restava di multietnico. Quel che è accaduto in seguito, nei 5 anni di amministrazione americana-albanese, è stato un sistematico massacro a danno delle etnie non-albanesi: i serbi, innanzitutto, ma anche i rom e altre minoranze. I numeri sono impressionanti: dall’ingresso della KFOR e dell’UNMIK in Kosovo e Metohija (10 giugno 1999) al 9 agosto del 2003, i terroristi albanesi hanno ucciso 1201 persone, ne hanno ferite 1328, e ne hanno rapite 1146: questo è il bilancio stilato dal ministero degli interni serbo, e mai smentito da alcuna fonte. Di 6535 attacchi dei terroristi albanesi, 6468 erano diretti contro civili, ripartiti etnicamente in 5932 contro civili serbo-montenegrini, 201 contro civili albanesi, 335 contro civili di altra etnia. Dei rapiti, 1107 sono civili, 39 sono militari. 960 sono di etnia serbo-montenegrina, 73 sono di etnia albanese, 74 sono di altra etnia. Dei rapiti, solo 89 sono stati liberati; 12 sono riusciti a scappare; 160 sono stati ritrovati assassinati: e la sorte di 846 persone rimane ignota: sono scomparsi, “desaparecidos”. Le denunce non vengono solo dal governo serbo, che da cinque anni si adopera per tentare di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni internazionali; vengono anche da organismi considerati super partes, come Amnesty international, che nel suo rapporto del 2001 scrive: L’amministrazione internazionale del Kosovo si è trovata impreparata ai massicci abusi dei diritti umani contro le minoranze, seguiti al rapido rientro della comunità albanese. Il fatto che in larga parte i reati a sfondo etnico restino impuniti rafforza la sensazione che i loro autori rimarranno liberi di compiere ulteriori attacchi e contribuisce ad alimentare un clima di paura. L’impunità per gli abusi presenti e passati nega alle minoranze del Kosovo i diritti fondamentali garantiti dalle leggi nazionali e dalle norme del diritto internazionale applicabili in questo territorio. Le quotidiane intimidazioni subite da serbi, bosniaci, gorani, rom limitano la loro libertà di movimento. Il timore di avventurarsi fuori dalle enclaves monoetniche rafforza la percezione di prigionia e di esclusione e nega alle minoranze il godimento dei fondamentali diritti umani. L’impossibilità di avere accesso a cure mediche adeguate ha determinato un aumento dei tassi di mortalità e delle malattie all’interno dei gruppi minoritari. In alcune zone, questi non hanno accesso alle medicine di base. All’interno delle enclaves monoetniche vi è una grande difficoltà di reperire insegnanti. per i bambini che vivono al di fuori di queste enclaves, andare a scuola spesso significa un viaggio di diversi chilometri sotto scorta. L’impiego è a sua volta sottoposto a forti restrizioni. Si calcola che fino al 90% dei serbi e dei rom siano ufficialmente disoccupati. Nel giugno 1999 tutti i serbi sono stati licenziati dalle industrie statali e dai servizi pubblici. Un bel quadretto, non è vero? E il quadro, che già era disperante, con il pogrom messo in atto dalla maggioranza albanese in quest’ultima settimana, diviene drammatico. Nonostante tutto, l’opinione pubblica mondiale finge di non vedere, l’interesse della stampa è ridotto al minimo, e buona parte dei lettori continua a pensare che il problema del Kosovo sia cominciato per colpa di Milošević nell’89 e sia stato gloriosamente risolto dal “bombardamento umanitario” di D’Alema e soci nel ‘99. Spero che questi appunti sconnessi siano utili a qualcuno.

Note al testo: [1] Dopo la capitolazione dell’esercito jugoslavo nell’aprile del 1941, il Regno di Jugoslavia fu smembrato: la Serbia venne occupata dalle forze del Reich. Nel mese di aprile, mentre le truppe di Hitler occupavano Belgrado passando attraverso la Croazia (territorio di alleati, gli ustascia), i gruppi armati di albanesi in Kosovo attaccarono i soldati e i civili serbi. Il distretto di Kosovska Mitrovica con le miniere di Trepca rimasero sotto l’occupazione tedesca ma il rimanente territorio, il 12 agosto 1941, insieme al Montenegro e parte della Macedonia, divennero protettorato italiano, che Mussolini unì all’Albania formando, appunto, “la grande Albania”. Quasi tutte le case dei serbi furono incendiate: la migrazione forzata portò alla fuga 100.000 fra serbi e montenegrini. Dal 1941 al 1944, gli albanesi a servizio delle truppe nazifasciste uccisero 10.000 serbi. Dopo il collasso dell’Italia di Mussolini nel 1943, il Kosovo passò all’amministrazione tedesca, che sostenne fortissimamente l’ideologia della “grande Albania”, e diede vita alla celebre divisione di “Scanderbey” (o Skanderbeg), la 21a Divisione SS composta da soli albanesi. [Si veda a questo link] [2] In Kosovo c’erano 904 scuole elementari per bambini albanesi, 69 scuole medie per studenti albanesi, l’università di Priština contava 37.000 iscritti dei quali l’80% seguivano i corsi in lingua albanese; venivano pubblicati oltre 150 giornali e riviste in lingua albanese; la radiotelevisione di Priština trasmetteva in 4 lingue; secondo il rapporto 298 dell’Irkr il 90% dei pazienti curati negli ospedali erano di etnia albanese; dal punto di vista legislativo un albanese in Kosovo poteva essere giudicato solo da una corte albanese, mentre non era lo stesso per un serbo [da “Kosovo liberato” di Enrico Vigna, pagina 13] [3] Da un documento ufficiale di Human Rights Watch: “Ethnic Albanians, who made up approximately 74 percent of the Kosovo population in 1971, took most key positions of power in Kosovo and controlled the education system, judiciary, and police. The Albanian-language university in Priština, opened in 1970, was promoted by the authorities. Throughout the late 1970s and 1980s, Kosovo’s Serbs complained of harassment and discrimination by the ethnic Albanian population and leadership, with the intention, Serbs claimed, of driving them from the province. According to a report submitted to the influential Serbian Academy of Sciences and Arts in 1988, more than 20,000 ethnic Serbs moved out of Kosovo in the years 1981-1987. Albanians claim that Serbs left for economic reasons because Kosovo remained Yugoslavia’s poorest province. Ethnic Serbs and other minorities, such as Turks and Roma, were subjected to harassment, intimidation, and sometimes violence by extremist members of the ethnic Albanian majority. The government in Kosovo, run by ethnic Albanians, did not take adequate steps to investigate these abuses or to protect Kosovo’s minorities against them. [4] Sulla ‘rimozione della Jugoslavia’ in un contesto più ampio un ottimo articolo in rete è quello scritto da Andrea Martocchia a questo link. C’è anche un documento molto interessante che ripercorre le ragioni della guerra in Kosovo con una dettagliata analisi a questo link; lo stesso documento è ripubblicato nel libro “Se restiamo uniti”, ed. Il papiro. Molto interessante anche “La strategia della tensione continua in Kosovo”. [5] Enrico Vigna, in “Kosovo liberato”, a pagina 12 scrive: “Gli albanesi, sotto le pressioni dell’UCK e del leader secessionista Rugova, già dagli anni ’90 decisero di boicottare il sistema educativo jugoslavo, anche se i corsi erano in lingua albanese. Il boicottaggio riguardava tutte le istituzioni statali, dall’insegnamento alle vaccinazioni infantili, alla partecipazione alle strutture sociali (anagrafe, comuni, contributi); fu un’espressione della politica di secessione fondata sul criterio etnico e mirante a sabotare le istituzioni nell’obiettivo di costruire la Repubblica Indipendente del Kosovo. Questa politica potette contare sui finanziamenti, in gran parte derivati dai traffici criminali dell’UCK (si veda nota 8) e dalle tassazioni imposte agli emigranti albanesi, per stabilire una società parallela e illegale, trasformando queste istituzioni parallele in fucine dell’odio etnico, del separatismo e dello sciovinismo più rozzi e violenti”. [6] “La principale attività dell’UCK consisteva nel lanciare bombe e granate nelle scuole, nei ristoranti, nei supermercati (…). Il presidente Milošević, intervistato da Beogradski Forum, disse: ...Dopo che l’UCK ebbe cominciato ad assassinare portalettere e guardie forestali, a buttare bombe nelle osterie e nei dintorni dei mercati noi reagimmo come qualsiasi altro governo avrebbe reagito al nostro posto”. (R. De Ruiter, “Jugoslavia prima vittima del nuovo ordine mondiale”, capitolo 8) [7] Ministero degli Esteri tedesco, rapporto del 19 marzo 99: Tutte le etnie che vivono in Kosovo sono ugualmente in fuga, colpite dalle espulsioni coatte e dalla distruzione. Circa 90 villaggi, un tempo abitati da serbi, sono stati nel frattempo abbandonati. Dei 14.000 serbi provenienti dalla Croazia solo 7.000 sono rimasti in Kosovo. Jurgen Elsasser, “Menzogne di guerra”, pagina 55 [8] Un po’ di spunti per comprendere quali siano i legami fra UCK e narcotraffico ce li offre un articolo del Montreal Gazette, quotidiano canadese, del dicembre ‘99, intitolato “The KLA and the heroin craze of the 90s”, che definisce il Kosovo albanese “la Medellin dei Balcani”. Già dal ‘96, scrive il corrispondente, l’esercito di guerriglia albanese è uscito allo scoperto con continui attacchi terroristici a danno della comunità serba. Ma la guerra è una faccenda assai costosa, e il denaro che l’UCK ha avuto bisogno se l’è procurato agendo di concerto con i grandi network balcanici del narcotraffico che riforniscono di eroina l’intero occidente. Il narcotraffico multimiliardario dei Balcani ha giocato un ruolo cruciale nel finanziare il conflitto in Kosovo. Come ampiamente documentato dagli archivi di polizia europei, i collegamenti dell’UCK con il crimine organizzato in Albania e in Turchia è noto ai governi occidentali e ai servizi segreti sino dalla metà degli anni ’90. Scrive un giornalista del Times nel ‘99: “...Il finanziamento della guerriglia in Kosovo pone una questione scomoda: può l’Occidente sostenere un esercito di guerriglieri che è finanziato dal crimine organizzato?” Mentre i leader dell’UCK stringono le mani al Segretario di Stato statunitense Madeleine Albright a Rambouillet (vedi nota 10), l’Europol sta “preparando un rapporto per i Ministri europei degli Interni e della Giustizia sui rapporti fra UCK e le bande della droga albanesi”. Ironicamente, Robert Gelbard, inviato speciale statunitense in Bosnia, aveva descritto solo un anno prima dei negoziati l’UCK come “...Una banda di pericolosi terroristi. Io sono in grado di riconoscere dei terroristi, e costoro, credetemi, sono dei terroristi”; e Christopher Hill, il capo negoziatore americano e ideatore degli accordi di Rambouillet fu molto critico nei confronti dell’UCK per “le sue provate connessioni con i traffici di droga”, scrisse il Daily Telegraph nell’aprile del ‘99. Solo due mesi prima di Rambouillet il Dipartimento di Stato americano aveva chiaramente riconosciuto il ruolo dell’UCK nel “...terrorizzare e mettere in fuga sia i civili serbi che quelli albanesi: l’UCK bersaglia o rapisce chiunque; i membri dell’UCK hanno minacciato di uccidere gli abitanti albanesi e di bruciare i loro villaggi se gli uomini non si arruolano nell’esercito di guerriglia”. Oltre al narcotraffico, parte delle sovvenzioni dell’UCK provengono da fonti pseudolegittime: è noto che le donazioni della diaspora albanese per “aiutare i fratelli in Kosovo” siano state cospicue; un’operazione di raccolta fondi fu lanciata in grande stile in Italia, Germania, Svizzera, Stati Uniti e Canada. Non tutte erano donazioni volontarie: gli emigrati kosovari, scrive ancora il Montreal Gazette, erano educatamente sollecitati a fare donazioni e quando queste sollecitazioni non ottenevano lo scopo desiderato, gli uomini dell’UCK “diedero forse un piccolo incoraggiamento”: in puro stile mafioso, con minacce di ostracismo sociale e di ritorsioni che, in una società chiusa e con una struttura “a clan” com’è quella albanese, funzionò a meraviglia. Secondo Le Monde Diplomatique, in Svizzera gli albanesi kosovari sono stati “invitati” a donare 2000 marchi al mese; in Francia è stato prelevato loro il 50% dei guadagni. Infine, il tedesco Die Zeitung nel marzo del ‘99, fuga ogni possibile dubbio: ...Dalla vendita di eroina, citando fonti delle intelligence occidentali, l’UCK avrebbe ricavato in un solo anno 350 milioni di dollari. [9] Un altro esempio clamoroso di demonizzazione massmediatica: il 27 aprile ‘99 il ministro della difesa tedesco Rudolph Sharping mostrò al mondo le foto di un massacro, spacciandole per prova dell’ennesima mattanza serba contro civili albanesi e aggiungendo particolari agghiaccianti su come le vittime sarebbero state uccise. Venne immediatamente sconfessato, e le foto risultarono essere le stesse immagini diffuse dall’esercito jugoslavo tre mesi prima, come documentazione (confermata) di un’operazione antiguerriglia avvenuta il 29 gennaio precedente nel paesino di Rogovo. Naturalmente, armi e divise UCK erano state fatte sparire dai “ritagli” di Scharping, e naturalmente la stampa avrebbe dato ben poca eco alle smentite. Scrive Robin De Ruiter nel suo “Jugoslavia, prima vittima del nuovo ordine mondiale”: E’ anche opportuno menzionare in un rapporto del New York Times del 19 gennaio ’99 si afferma che il presunto massacro di Račak era già noto nei circoli interessati ancora prima della sua scoperta. [10] Sembra che i giornalisti occidentali non abbiano letto con attenzione il testo dei negoziati di Rambouillet. Si disse solo che i serbi “testardi” avevano rifiutato di firmare gli accordi. Quello che fu presentato come un “negoziato” inteso a “salvaguardare la pace” diede, in realtà, agli albanesi dell’UCK e agli americani quello che avevano voluto, incastrando il governo serbo in un ricatto che sarebbe risultato inaccettabile a qualsiasi stato sovrano. A condurre i negoziati fu Madaleine Albright, la signora della guerra che, con scarso tatto e arrogante nella sua certezza di riuscita, dichiarò: Ai serbi lascio due alternative; firmare o prendersi le bombe NATO sulla testa. Ma cosa realmente prevedevano, gli accordi di Rambouillet? Prevedevano (oltre a una indipendenza totale del Kosovo, a cui i serbi avrebbero dovuto rinunciare senza alcun diritto) che l’intera Jugoslavia venisse de facto occupata militarmente. Vediamone un estratto: “Il personale NATO dovrà godere, con i suoi veicoli, vascelli, aerei e equipaggiamento di libero ed incondizionato transito attraverso l’intero territorio della Federazione delle Repubbliche Jugoslave, ivi compreso l’accesso al suo spazio aereo e alle sue acque territoriali. Questo dovrà includere, ma non essere a questo limitato, il diritto di bivacco, di manovra e di utilizzo di ogni area o servizio necessario al sostegno, all’addestramento e alle operazioni. L’appendice estende alle truppe NATO operanti nella Repubblica Federale Jugoslava (in tutto il suo territorio) lo status di cui godono quelle che operano, per esempio, in Italia. Il personale NATO sarà immune da ogni forma di arresto, inquisizione e detenzione da parte delle autorità della RFJ. Il personale della NATO erroneamente arrestato o detenuto dovrà essere immediatamente riconsegnato alle autorità NATO”. Era impossibile immaginare che uno stato sovrano potesse mai firmare accordi del genere, che vennero da subito definiti non modificabili. L’accordo di Rambouillet fu semplicemente una dichiarazione di guerra travestita da negoziato. [11] Persino il niente affatto imparziale Tribunale dell’Aja ha dovuto diminuire il numero delle vittime in modo grottesco: si parla di 2108 cadaveri ritrovati: una cifra ridicola, se si pensa alle 40.000 vittime propagandate dalla NATO (e dai governi che sostennero la guerra) per giustificare la “guerra umanitaria”. La Croce Rossa Internazionale, nel maggio 2000, comunica la cifra di 3368 scomparsi, ma include nel conto anche le vittime dei bombardamenti NATO, e i combattenti UCK caduti in combattimento. Il quotidiano canadese Toronto Star del 4 novembre 99 scrive: ...Le accuse di genocidio mosse contro i serbi elevarono solo una grottesca menzogna orchestrata con l’unico scopo di giustificare la guerra. Mc Kenzie, generale ora a riposo dei caschi blu dell’ONU, il 9 novembre del ’99 dichiarò al Globe and Mail: “...Fino ad oggi sono state trovate alcune centinaia di cadaveri, per lo più seppelliti singolarmente, cosa che non riconduce affatto ad una campagna di uccisioni in massa; delle storie raccapriccianti raccontate non è stata trovata alcuna prova…” [12] La prima “guerra di sinistra” della storia europea durò 78 giorni, provocando danni inimmaginabili; oltre a quelli già noti (si veda alla voce: bombardamento indiscriminato di civili, di infrastrutture non militari, uranio impoverito, violazioni della Convenzione di Ginevra) vi furono anche quelli assolutamente e tragicamente grotteschi: l’alibi ufficiali di D’Alema & Co. fu sempre che si trattava di una “guerra umanitaria” per soccorrere “i civili albanesi del Kosovo”: in realtà, i profughi albanesi furono triplicati dalle bombe NATO. l’International Herald Tribune del 28 giugno 99 ospitò un commento di Frederick Bonnart, editore di un periodico militare dedicato alla NATO stessa, che dichiarò: “...In misura crescente si accumulano prove che siano state le azioni della NATO a provocare i flussi più consistenti di profughi ed il maggior numero di massacri”. A giochi fermi, e a guerra ormai dimenticata perché a pochissimi conviene riparlarne, abbiamo un’idea precisa degli effetti devastanti dei bombardamenti NATO dai numeri: prima dell’intervento “umanitario”, gli sfollati a causa dei combattimenti fra serbi ed UCK erano 250.000, quasi tutti rimasti comunque in Kosovo, con i centri abitati ancora in grande prevalenza intatti. Dopo le bombe NATO, il numero era salito a 900.000, quasi tutti fuori del Kosovo (in Macedonia e Albania prevalentemente), le città ed i villaggi devastati (sia dalle forze serbe in ritirata, sia dalle guerriglia UCK, sia dalle bombe dell’Alleanza Atlantica); risultato: numero dei profughi moltiplicato per 3,5. Profughi che i mass media occidentali adoprarono, descrivendo con grande enfasi retorica le loro sofferenze, come sempre dimenticandosene poco dopo. Quando non servivano più. [13] The Independent, noto quotidiano londinese, nel febbraio del 2001 descrive così il “nuovo” Kosovo: “E’ il centro europeo della tratta delle bianche e della prostituzione; tutto si svolge sotto il naso dell’amministrazione ONU; il crimine organizzato compra le donne nei paesi dell’Est e in Albania, dopodiché le rivende alla mafia locale kosovara. L’amministrazione ONU non presta attenzione a questo grave problema”. L’Hamburger Andenblatt del marzo del 2000 scrive: “...Il Kosovo è divenuto terreno propizio per la criminalità organizzata; qui, gli assassini sono di nuovo liberi dopo 72 ore; circola denaro falso, contrabbando di armi; secondo gli esperti, il 40% dell’eroina venduta in Europa e negli USA passa per il Kosovo.” A pagina 34 di “Kosovo liberato” Enrico Vigna scrive: “...I militari della Multinational Specialized Unit di Priština hanno chiuso nel 2002 diciassette uffici che coordinavano il traffico di esseri umani: prostituzione, pedofilia, traffico di organi”. In merito a questo si può leggere il clamoroso articolo del britannico Sunday Mirror che di recente, camuffando due reporter da terroristi dell’IRA, li ha spediti in Kosovo a comprare esplosivo a sufficienza per far esplodere “tutta Oxford Street”. ***

P.s. Per quanto io abbia tentato di ricostruire la storia recente del Kosovo e della “guerra umanitaria” del ‘99 in modo schematico, il problema kosovaro andrebbe studiato a fondo. Fornire una bibliografia utile a chi desideri saperne di più è compito arduo. I testi che ho menzionato possono essere un ottimo punto di partenza: Sandro Provvisionato, UCK L’armata dell’ombra; Enrico Vigna, Kosovo liberato; Sbancor, Diario di guerra; Per Handke, Un disinvolto mondo di criminali; Noam Chomsky, Il nuovo umanitarismo militare; Jurgen Elsasser, Menzogne di guerra; alcuni estratti da “La guerra dopo la guerra” di Fabio Mini. In rete c’è un sito (www.kosovo.com) che raccoglie migliaia di documenti, di storia recente e meno recente, con risposte esaurienti a certa saggistica “filoalbanese”, che ricostruisce anche i tragici avvenimenti del pogrom del 2004 e che offre ai lettori la possibilità di ricevere una newsletter in inglese.

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pare l’abbiano preso. il Generalissimo!

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c’era una volta la jugoslavia

C’era una volta la Jugoslavia

di Alec Cordolcini

Perdendo 2-1 contro l’Azerbaigian l’11 giugno 2003 la nazionale della Serbia-Montenegro, oltre a salutare definitivamente le proprie chance di qualificazione all’Europeo del 2004, toccava uno dei punti più bassi di una storia travagliata (basta pensare a ciò che è accaduto allo stato jugoslavo, nato dal sogno post-Grande Guerra di unificare sotto un’unica bandiera tutte le popolazioni slave del sud e naufragato, settant’anni dopo, in un colossale bagno di sangue) ma che ha saputo regalare momenti di grande calcio e tanti campioni (Marjanovic, Sekularac, Vasovic, Dzajic, “Pixie” Stojkovic, Savicevic, Mijatovic), raccogliendo in proporzione molto meno di quanto fosse nelle proprie possibilità (cinque medaglie ai giochi olimpici tra cui una d’oro a Roma nel 1960, un secondo posto agli Europei nel ‘68, il terzo posto ai Mondiali del ’30 e il quarto a quelli del ’62). Con l’arrivo del nuovo millennio però quel luogo comune che vuole i giocatori slavi geniali ma discontinui sembrava essere decaduto; il rendimento a corrente alternata era rimasto (così come la forte litigiosità interna), la genialità presentava invece forti segni di appannamento, culminati con la sopraccitata debacle in terra azera contro una nazionale ben al di sotto della posizione numero 100 nel ranking FIFA. Ci sono voluti due anni per far ritornare il sorriso sulle labbra dei Plavi (i “Blu”), e c’è voluto soprattutto un cambio di allenatore; via l’icona Savicevic, dentro la vecchia volpe Ilija Petkovic, un mondiale vinto con l’under 21 jugoslava nel 1987 (c’erano Suker, Jarni, Boban, Prosinecki e Mijatovic) e un titolo di campione svizzero con il Servette nel 1994. Petkovic ha saputo riportare in nazionale quella disciplina e quell’unità di intenti che durante la gestione Savicevic erano andate perse tra favoritismi, liti di spogliatoio e mugugni vari; un’esperienza davvero negativa quella dell’ex milanista, ennesima conferma di come raramente grande giocatore sia sinonimo di grande allenatore (Cruijff, Beckenbauer e Di Stefano le principali eccezioni).

E’ pur vero che, Spagna a parte, il girone di qualificazione della Serbia-Montenegro presentava avversarie tutt’altro che proibitive, visto che al suo interno annoverava due nazionali di livello medio-basso (Bosnia Erzegovina e Lituania), una in piena crisi (Belgio) e la classica squadra-materasso (San Marino), ma va dato atto agli uomini di Petkovic di aver concluso il raggruppamento al primo posto (sei vittorie e quattro pareggi), incassando perdipiù una sola rete (siglata da Raul nell’1-1 con la Spagna a Madrid) in dieci partite e risultando la difesa meno perforata d’Europa. “Il maggior complimento che ho ricevuto”, ha dichiarato Petkovic, “è sentirmi dire che la Serbia-Montenegro gioca come una squadra e non come un’insieme di individualità. Ripercorrere il passato sarebbe stato una follia. Dobbiamo essere onesti; l’era dei Savicevic, degli Stojkovic e dei Mijatovic è finita, in rosa non abbiamo giocatori del loro talento. Quindi basta voler fare gli artisti, e sotto con il duro lavoro”. Una filosofia che ha dato i suoi frutti, disciplinando e ricompattando la squadra, ma soprattutto recuperando alcuni giocatori chiave, tra cui il bomber Mateja Kezman, in forte attrito con la gestione precedente. Proprio Kezman (nella foto), che ha esordito in nazionale il 25 maggio 2000 contro la Cina segnando un gol, è la stella della selezione serbo-montenegrina e l’uomo che può farle compiere il salto di qualità; capocannoniere della squadra durante le qualificazioni con cinque gol, per l’attaccante originario di Belgrado il mondiale è l’occasione più ghiotta per riscattare da un lato la sua finora unica (e pessima) esperienza con la maglia della nazionale in una grande competizione (all’Europeo del 2000 venne espulso contro la Norvegia 37 secondi dopo il suo ingresso in campo), dall’altro un periodo di appannamento che ha abbassato le sue quotazioni. Bomber implacabile prima nel campionato jugoslavo (28 gol nella stagione 99-00 con il Partizan Belgrado), poi soprattutto nella Eredivisie olandese (105 reti in quattro stagioni), secondo i detrattori Kezman presenta carenze tecniche non lievi (in Olanda lo accusavano di “non saper fare nient’altro che i gol”) ed ha sempre mostrato di patire più del previsto le grandi ribalte internazionali; a segno con il contagocce nelle coppe europee, un’esperienza semi-disastrosa al Chelsea (7 gol in 41 partite), un avvio stentato anche nella Liga spagnola con l’Atletico Madrid. Il mondiale è l’occasione giusta per rilanciarsi.

In attacco a fianco di Kezman abbondano le soluzioni per mister Petkovic, che può optare per la potenza (il gigante della Stella Rossa Nikola Zigic, 2.02 metri d’altezza), la tecnica (il leccese Mirko Vucinic) o l’esperienza (la vecchia conoscenza italiana Savo Milosevic, attualmente all’Osasuna); senza contare Nenad Jestrovic, attaccante dell’Anderlecht dal temperamento focoso ma capace, nelle giornate di vena, di fare la differenza. Elementi di spessore non mancano nemmeno in difesa dove, davanti al veterano Dragoslav Jevric (ex Stella Rossa e Vitesse, ora all’Ankaraspor), giocano (e bene) il centrale dello Spartak Mosca Nemanja Vidic, uno degli uomini mercato attualmente più quotati, e Mladen Krstaijc dello Schalke 04, e a centrocampo, con Predrag Djordjevic (Olimpiacos), Zvonimir Vukic (Portsmouth) e soprattutto capitan Dejan Stankovic. Grandi potenzialità non sempre pienamente espresse (a causa di limiti caratteriali o dei club in cui ha militato che non hanno mai saputo valorizzarlo pienamente?), al centrocampista interista è demandato di essere il leader di una squadra cui l’urna di Lipsia (e la mano della modella Heidi Klum, “che ci ha spediti dritti all’inferno”, come ha commentato il quotidiano di Belgrado Blic) ha riservato il peggior trattamento possibile, inserendola in un girone di ferro comprendente due pretendenti al titolo (Argentina e Olanda) e la più grande rivelazione delle qualificazioni (la Costa d’Avorio). A dispetto però di una qualificazione ottenuta in maniera brillante e dei buoni risultati fatti rilevare dalle nazionali giovanili (la Serbia-Montenegro Under-21 è vicecampione d’Europa), il futuro della compagine guidata da Petkovic rimane incerto, e le probabilità che Germania 2006 sia l’unico Mondiale che vedrà partecipare la nazionale serbo-montenegrina non sono remote, dal momento che il prossimo giugno si prospetta (nel solo territorio del Montenegro) un referendum popolare voluto dall’attuale primo ministro Milo Djukanovic per chiedere la scissione dalla Serbia. Una (giustificata) voglia d’indipendenza, ennesima testimonianza degli effetti nefasti prodotti da una politica modello “spartizione della torta”. Non si gioca a Risiko con i destini di intere nazioni.

La scheda della Serbia-Montenegro
Abitanti: 10.7 milioni
Superficie: 102.350 km²
Popolazione: 10.825.900 abitanti
Capitale: Belgrado (1.717.800 abitanti)
Federazione: Fudbalski Savez Jugoslavije, fondata nel 1919
Ranking FIFA: 47
Partecipazioni ai mondiali: sette (come Jugoslavia)
Miglior risultato: semifinali (1930 e 1962)
Palmarès: 1 medaglia d’oro (Roma, 1960); 3 medaglie argento (Londra, 1948; Heksinki, 1952; Melbourne, 1956); 1 medaglia di bronzo (Los Angeles, 1984)
Maggior numero di presenze: Savo Milosevic, 96
Maggior numero di reti: Stjepan Bobek, 38

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Solita storia. Rifondazione comunista candida alle elezioni marco ferrando, entra appieno nell’ottica democristiana dell’ulivo, e quando un “suo” candidato esprime idee proprie che fa….. ritira la candidatura ed eventualmente lo sospende.

tocca ora a marco ferrando, nella foto,

come era successo già al compagno fulvio grimaldi, cui fu prima tolta la parola, poi la rubrica sul giornale di partito, poi la tessera.

E poi sempre per gli stessi argomenti.
il compagno fulvio difendeva il migliore statista della storia della yugoslavia, slobo milosevic, difendeva la legittimità della resistenza armata palestinese e irachena, attaccava l’ipocrisia della nato, dell’onu, degli usa, dei ds e di rifondazione, tutti responsabili dell’aggressione illegale ed illegittima alla nostra serbia.

stesso discorso, ora, per ferrando che difenda la legittimità irachena a resistere in armi contro i fascisti militari che li massacrano e cacano sulla terra degli iracheni.

tutti i militari sono punti neri. e come diceva il buon zulù.......

http://mondocane.splinder.com/
http://www.rifondazionefasano.org/mondocane_fuorilinea.asp
http://www.kaosedizioni.com/schmade_mondocane.htm

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poutpourri

dopo tanto tempo senza post riporto un paio di domande stralciate dall’ultima intervista rilasciata da eric cantona, le dieu.

Oggi Cantona pagherebbe il biglietto per vedere giocare chi? «Prima debbo dire per chi non pagherei mai il biglietto… Paolo Di Canio. Non è un grande giocatore, e non credo sia un grande uomo. Se non ammiro l’uomo, oltre che il giocatore, non tiro fuori i soldi. Pagherei per vedere Ronaldinho, Henry, Rooney, Zidane. Tutti quelli che sono un bene per i giovani, che li fanno sognare di diventare un giorno come loro. Che alimentano le ambizioni. Sono i giocatori che più aiutano il calcio».

Che cosa la rende felice? «Le donne, il beach soccer, i sogni a occhi aperti. Sogno sul sofà di casa mia, sogno viaggiando. Sognare è un piacere ancora più grande del calcio.

Per il resto che dire, sharon sta morendo finalmente. mazzone è tornato a alvorare, ad allenare in serie A. Edove se non a livorno.
infine…manca il tempo anche per respirare. come già accennato è nata radiokreattiva. la fanno i bambini di bari vecchia. ed è esplosiva. tarsmette da un posto che si chiama u scaffuat, che è tutto dire.

domani va in onda la puntata numero 0. a mezzogiorno.
www.radiokreattiva.net

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Radio Kreattiva

Radio KreATTIVA è tornata a trasmettere
Supportala!
Sopportala!

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Roamnisti di merda…

Daje Antò...torna a sorridere….......



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Kledi, la De Filippi e l’Albania

Che dire l’albania e la de filippi….che DEGNA accoppiata

“Kledi, la De Filippi e l’Albania” by Osservatorio Balcani

La celebre presentatrice, che ha aperto i propri spettacoli ai ballerini albanesi, riceve un’onorificenza dal presidente Moisiu per aver contribuito all’immagine positiva dell’Albania in Italia. Un riconoscimento importante, che tuttavia segna anche un passo indietro. Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

Scrive Mustafa Nano, sul quotidiano albanese Korrieri:

È stata veramente azzeccata l’idea del Presidente Moisiu di consegnare in segno di riconoscenza una medaglia alla celebre presentatrice italiana Maria de Filippi. Anche il motivo è piuttosto azzeccato: “Per il contributo dato alla promozione degli artisti albanesi, e tramite essi, a un’immagine positiva dell’Albania”. E questa è la verità. In un paese come l’Italia, in cui la stampa e la televisione non si fanno scrupoli a fare uso di vecchi e maligni cliché e pregiudizi quando c’è l’occasione di parlare degli Albanesi e dell’Albania, quello che ha fatto Maria de Filippi, più che beneficenza è da considerarsi coraggio.


il resto di questa porcata andatevelo a leggere QUI

per me “Samo Sloga Srbe Spasava”.....

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altamura vs mcdonald

ALIMENTAZIONE. In provincia di Bari chiude McDonald’s, trionfano i prodotti tipici

In un paese in provincia di Bari, Altamura, famoso anche per il pane che vi si produce, Luca Digesù, panettiere, ha costretto McDonald’s il fast food del paese a chiudere. I prodotti tipici da lui sfornati come le focacce aromatizzate agli odori mediterranei, panini con olive e pomodorini, salsicce, dolci locali mettono da parte i big Mac dell’azienda alimentare statunitense. Il panettiere è diventato un eroe per i no global anche se come ha affermato Digesù : “La sua idea era solo quella di crearsi una piccola clientela e non di combattere uno dei simboli della globalizzazione”. Il sogno del commerciante pugliese è attualmente di aprire un negozio a Roma e da lì spedire i suoi prodotti in tutto il mondo.

http://www.panedialtamura.net/

fonte helpconsumatori.it

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Notizie dal mexico

Bella idea degli yankee. Si vede che il ciccione israeliano in fin di vita (ci manca che riabilitano pure lui, adesso, invece di sputare sulle sue ceneri) ha fatto scuola. Fonte, repubblica.it:

USA-MESSICO: POLEMICHE PER PROGETTO MURO ANTI-IMMIGRATI
Cresce la polemica per il controverso progetto di costruire un muro su ampi tratti della frontiera tra Stati Uniti e Messico. Il 16 dicembre, la Camera dei rappresentati Usa ha approvato la misura proposta dal deputato repubblicano James Sensenbrenner nell’ambito della nuova legge sull’immigrazione. Ora il provvedimento deve passare al senato, ma nel frattempo la proposta del Muro ha suscitato polemiche negli Stati Uniti e preoccupazione in Messico e in altri paesi latino-americani. Lunedi’, riferisce l’agenzia Efe, in Messico si incontreranno i ministri degli esteri di Messico, Centramerica e Colombia, nel tentativo di trovare una posizione comune. Se negli Stati Uniti il Muro sembra dividere il fronte conservatore da quello progressista – l’uno schierato a favore di un freno all’immigrazione clandestina, l’altro che valorizza il contributo positivo degli immigrati, anche quelli clandestini – nei paesi dell’America Latina si sottolinea soprattutto il dramma umano che sta dietro ai flussi migratori e la necessita’ di trovare soluzione alternative ad un fenomeno che provoca centinaia di morti – 441, secondo cifre ufficiali Usa, inferiori a quelle fornite dai paesi di partenza – tra le centinaia di migliaia che affrontano il pericoloso viaggio nella speranza di trovare una vita migliore. Dal Messico partono ogni anno circa mezzo milione di persone per raggiungere gli Stati Uniti, dove gia’ vivono circa 10 milioni di messicani, la meta’ dei quali clandestini. Nel solo 2005 i messicani residenti negli Usa hanno spedito in Messico oltre 20 miliardi di dollari di rimesse.

Sempre dal mexico una brutta notizia. E’ morta questa piccoletta qui, un’india che combatteva nella selva lacandona per gli indios, senza le pagliacciate mediatiche del famoso incappucciato auricolare-munito. La comadante ramona saluta ed esce di scena.

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la cultura…..in fondo a destra

oppure
il cesso…in fondo a destra.

Credo che le due affermazioni siano identiche.
Non bastava annoverare fra i massimi esponenti della cultura della destra italiana gente del calibro di guzzanti (paolo) e sgarbi (vittorio), magari organizzati dal miglior uomo di tv di destra, che non ricordo se sia socci o barbareschi.

Ora arriva anche il grande show su canale5 per la propaganda neofascista. E magicamente il bagaglino di pingitore (......) diventa l’ammiraglia politica da cui parlano i politici del centrodestra, possibilmente se di alleanza nazionale.

Non è un caso che infatti fra i vari buffoni oreste lionello, leo gullotta e soci vengano ospitati illustri esponenti di an.
Stasera è stata la volta di maurizio gasparri, la settimana scorsa di er pecora.

Che dire, vetrina nobile e impegnata per l’intellighenzia neo fascista italiana. Non più che pippo franco per questa gente!

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Bollito

la beffa. eh si, chi il capitone mata….di ostrica perisce.
la morale è questa. un’ostrica malvagia, ma potrebbero essere state tagliatelle polpie allievi cozze vongole noci, mi ha ridotto a letto. non ho potuto festeggiare adeguatamente santo stefano nè omaggiare con la mia presenza i miei amici che portano questo nome. poco male. alle volte la gente è sfuggente…...

Volevo scrivere di “Bollito misto” di Luttazzi ma in realtà le festività natalizie mi rendono particolarmente apatico, quindi vi sommergo con qualche cazzata.

VINCE CONCORSO DI BELLEZZA: MA ERA UN MASCHIO
Kesaraporn Duangsawan e’ riuscita a conquistare i cuori di giuria e pubblico in un concorso di bellezza svoltosi a Bankok, in Thailandia, aggiudicandosi un premio in denaro. Peccato che “la” bella Kesaraporn in realta’ era un maschio, e sia stato costretto a restituire premio e corona in seguito alle proteste di alcuni spettatori che erano stati colti dal terribile sospetto.

TELEFONA IN AEREO: 20 FRUSTATE
Riad – Un uomo e’ stato condannato a 20 frustate da un tribunale islamico in Arabia Saudita per aver usato il suo cellulare in aereo. L’uomo ha risposto ad una chiamata mentre si trovava in volo tra Riad e Tabuk, nel nord del paese, ed e’ stato fermato dalla polizia non appena atterrato. In Arabia Saudita vige la legge islamica, che prevede la fustigazione in pubblico per reati minori. Per quelli piu’ seri e’ prevista la pena di morte.

UCCIDE IL ROTTWAILER A CALCI E PUGNI ROMA
Infuriatosi perche’ il suo rottwailer non obbediva agli ordini lo ha ucciso a calci e pugni. Il protagonista della vicenda e’ un uomo di 35 anni, che e’ stato subito dopo fermato dai carabinieri e denunciato per maltrattamento di animali. Il rottwailer e’ uno dei cani piu’pericolosi, responsabile in varie occasioni di aggressioni e violenze.

LA SORELLA DI JACK NICHOLSON IN REALTAERA SUA MADRE
Solo all’eta’ di 37 anni il popolare attore, pluripremiato con l’Oscar, ha saputo la verita’: la persona che credeva essere sua sorella in realta’ era sua madre. Jack pensava sua madre Ethel May, che in realta’ era sua nonna.

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